martedì 5 maggio 2009
lunedì 4 maggio 2009
Siamo il vero antidoto al berlusconismo
Intervista a Bianca Pitzorno
Bianca Pitzorno, grande scrittrice di libri soprattutto per ragazzi ma non solo, ha confermato con un’intervista al quotidiano Terra di essere candidata con Sinistra e Libertà per le prossime elezioni europee nella circoscrizione nord-ovest:
Perché ha scelto questa lista?
Gli (ex) Democratici di sinistra, ora Pd, hanno perso la “s” di sinistra.
Il grande partito di opposizione come il Pci di una volta, oggi, ha cambiato nomi e facce. Fino a Prodi, quando il partito si è trasformato in Pd: una formazione politica che si vergognadi essere stata di sinistra e che convive con anime che, quando vogliono imporre il propriopunto di vista, sono come il fanatismo talebano».
Ce la farà Sinistra e Libertà ad avere una buona affermazione?
Ho l’ottimismo della volontà. Non è vero che tutte le ideologie sono scomparse: c’è una decenza che è stata buttata alle ortiche. Sinistra e libertà è un progetto di serietà che può riunire tutte quelle persone che non se la sentono più di partecipare alla vita pubblica. Bisogna intaccare questo monolite del berlusconismo».
Quali ritiene siano le altre emergenze italiane?
Il precariato e i diritti delle donne. Io ho conosciuto diverse generazioni di lettori dei miei libri, che hanno studiato, si sono laureati, hanno fatto master e ora si trovano presi a calci in faccia, senza alcuna prospettiva.
Le leggi sul lavoro hanno tolto diritti e favorito la vittoria degli speculatori.
Sono sempre più i contratti di apprendistato, i co.co.co., i precari nei call center. La globalizzazione in più ha portato un forte fenomeno di delocalizzazione che lascia senza lavoro i nostri giovani e incrementa una guerra tra poveri nei Paesi del Terzo mondo. Un sistema che ci abitua alla cultura dell’usa e getta e alla paccottiglia. Un meccanismo perverso.
L’ultima legge sul lavoro predisposta dal governo scarica gli imprenditori delle loro responsabilità. Quanto alle donne, sono “visibili” solo quelle belle che vanno in televisione ma è la maggioranza
di lavoratrici che ogni giorno è impiegata nei centri commerciali, negli uffici ad aver bisogno di più diritti. E di vere pari opportunità.
Bianca Pitzorno, grande scrittrice di libri soprattutto per ragazzi ma non solo, ha confermato con un’intervista al quotidiano Terra di essere candidata con Sinistra e Libertà per le prossime elezioni europee nella circoscrizione nord-ovest:
Perché ha scelto questa lista?
Gli (ex) Democratici di sinistra, ora Pd, hanno perso la “s” di sinistra.
Il grande partito di opposizione come il Pci di una volta, oggi, ha cambiato nomi e facce. Fino a Prodi, quando il partito si è trasformato in Pd: una formazione politica che si vergognadi essere stata di sinistra e che convive con anime che, quando vogliono imporre il propriopunto di vista, sono come il fanatismo talebano».
Ce la farà Sinistra e Libertà ad avere una buona affermazione?
Ho l’ottimismo della volontà. Non è vero che tutte le ideologie sono scomparse: c’è una decenza che è stata buttata alle ortiche. Sinistra e libertà è un progetto di serietà che può riunire tutte quelle persone che non se la sentono più di partecipare alla vita pubblica. Bisogna intaccare questo monolite del berlusconismo».
Quali ritiene siano le altre emergenze italiane?
Il precariato e i diritti delle donne. Io ho conosciuto diverse generazioni di lettori dei miei libri, che hanno studiato, si sono laureati, hanno fatto master e ora si trovano presi a calci in faccia, senza alcuna prospettiva.
Le leggi sul lavoro hanno tolto diritti e favorito la vittoria degli speculatori.
Sono sempre più i contratti di apprendistato, i co.co.co., i precari nei call center. La globalizzazione in più ha portato un forte fenomeno di delocalizzazione che lascia senza lavoro i nostri giovani e incrementa una guerra tra poveri nei Paesi del Terzo mondo. Un sistema che ci abitua alla cultura dell’usa e getta e alla paccottiglia. Un meccanismo perverso.
L’ultima legge sul lavoro predisposta dal governo scarica gli imprenditori delle loro responsabilità. Quanto alle donne, sono “visibili” solo quelle belle che vanno in televisione ma è la maggioranza
di lavoratrici che ogni giorno è impiegata nei centri commerciali, negli uffici ad aver bisogno di più diritti. E di vere pari opportunità.
Perchè mi candido con Sinistra e Libertà
di Giuliana Sgrena
Come forse già saprete mi sono candidata alle elezioni europee nella lista di Sinistra e libertà.
Ho avuto altre volte, in passato, proposte di candidatura che ho sempre rifiutato perché volevo continuare a fare il mio lavoro e non ho cambiato idea. Ma questa volta si tratta di elezioni europee e intendo portare la mia esperienza, accumulata in vent’anni di lavoro al Manifesto, in Europa.
Se sarò eletta, cosa non certo facile, per cinque anni continuerò a seguire i temi di cui mi sono occupata fino ad ora: indagare le ragioni dei conflitti del Medioriente, dell’Afghanistan, dell’Africa e provare a costruire nel Parlamento europeo gli schieramenti più larghi e trasversali per avanzare proposte e iniziative di pace.
In primo luogo, naturalmente, per sostenere la battaglia delle donne contro tutti i fondamentalismi non solo per la difesa dei propri diritti, ma anche e soprattutto per affermare un punto di vista originale, laico e democratico, per la soluzione dei conflitti, a cui è sempre più necessario trovare una sponda politica in Europa. Che ora può essere favorita anche dalla elezione del presidente Obama negli Stati uniti. E poi occorre costruire una alternativa alla contrapposizione tra islamofobia e relativismo culturale che giustifica tutte le discriminazioni contro le donne.
Proverò ad essere un punto di riferimento per i movimenti che in questi anni hanno manifestato per la pace e contro le guerre e renderò conto puntualmente di tutte le mie iniziative oltre a sollecitare da parte dei movimenti stessi tutti i suggerimenti e le proposte che vorranno indirizzarmi.
Per questo creerò un forum permanente di dibattito e confronto.
Mi batterò perché i temi della laicità e dell’uguaglianza siano affermati in ogni istanza o decisione del Parlamento europeo. L’offensiva della chiesa e del fondamentalismo cattolico nel nostro paese può trovare un argine in Europa come è già avvenuto in passato, mentre i diritti di uguaglianza dei lavoratori e dei migranti saranno il banco di prova fondamentale di questa nuova Europa.
E poi la mia scelta ha a che vedere con la crisi della sinistra.
Credo che di fronte alle recenti sconfitte, come ho più volte sostenuto, non serva coltivare delusione e amarezza, ma rinnovare l’impegno di analisi, ricerca e proposta. Le ragioni della sinistra sono ancora tutte valide, addirittura esaltate dal precipitare delle crisi nel mondo e la mancanza di una leadership credibile, non solo in Italia, non può essere motivo di abbandono o rinuncia.
In questa tornata elettorale io sono stata tra quelli che avrebbero preferito un’unica lista a sinistra senza leader di partito, ma con candidature espressione del vastissimo mondo associativo, culturale e professionale che sta a sinistra e che avrebbe potuto proporsi con un’immagine del tutto nuova.
Non è stato possibile e non mi interessa qui e ora indicare le responsabilità.
Io ho scelto Sinistra e libertà perché credo nel modello di una sinistra plurale, in grado di raccogliere culture ed esperienze diverse, di riscrivere il proprio statuto non dimenticando le proprie origini e identità, ma guardando avanti alle sfide anche teoriche che la realtà impone, senza fare della propria identità/diversità un elemento di divisione ma una ricchezza che ciascuno porta con sé e che mette continuamente in discussione.
È la complessità stessa della crisi delle nostre società e del mondo, che intreccia politica, economia, diritti, ambiente, etica, religione a imporre un nuovo linguaggio e nuove categorie interpretative.
Come forse già saprete mi sono candidata alle elezioni europee nella lista di Sinistra e libertà.
Ho avuto altre volte, in passato, proposte di candidatura che ho sempre rifiutato perché volevo continuare a fare il mio lavoro e non ho cambiato idea. Ma questa volta si tratta di elezioni europee e intendo portare la mia esperienza, accumulata in vent’anni di lavoro al Manifesto, in Europa.
Se sarò eletta, cosa non certo facile, per cinque anni continuerò a seguire i temi di cui mi sono occupata fino ad ora: indagare le ragioni dei conflitti del Medioriente, dell’Afghanistan, dell’Africa e provare a costruire nel Parlamento europeo gli schieramenti più larghi e trasversali per avanzare proposte e iniziative di pace.
In primo luogo, naturalmente, per sostenere la battaglia delle donne contro tutti i fondamentalismi non solo per la difesa dei propri diritti, ma anche e soprattutto per affermare un punto di vista originale, laico e democratico, per la soluzione dei conflitti, a cui è sempre più necessario trovare una sponda politica in Europa. Che ora può essere favorita anche dalla elezione del presidente Obama negli Stati uniti. E poi occorre costruire una alternativa alla contrapposizione tra islamofobia e relativismo culturale che giustifica tutte le discriminazioni contro le donne.
Proverò ad essere un punto di riferimento per i movimenti che in questi anni hanno manifestato per la pace e contro le guerre e renderò conto puntualmente di tutte le mie iniziative oltre a sollecitare da parte dei movimenti stessi tutti i suggerimenti e le proposte che vorranno indirizzarmi.
Per questo creerò un forum permanente di dibattito e confronto.
Mi batterò perché i temi della laicità e dell’uguaglianza siano affermati in ogni istanza o decisione del Parlamento europeo. L’offensiva della chiesa e del fondamentalismo cattolico nel nostro paese può trovare un argine in Europa come è già avvenuto in passato, mentre i diritti di uguaglianza dei lavoratori e dei migranti saranno il banco di prova fondamentale di questa nuova Europa.
E poi la mia scelta ha a che vedere con la crisi della sinistra.
Credo che di fronte alle recenti sconfitte, come ho più volte sostenuto, non serva coltivare delusione e amarezza, ma rinnovare l’impegno di analisi, ricerca e proposta. Le ragioni della sinistra sono ancora tutte valide, addirittura esaltate dal precipitare delle crisi nel mondo e la mancanza di una leadership credibile, non solo in Italia, non può essere motivo di abbandono o rinuncia.
In questa tornata elettorale io sono stata tra quelli che avrebbero preferito un’unica lista a sinistra senza leader di partito, ma con candidature espressione del vastissimo mondo associativo, culturale e professionale che sta a sinistra e che avrebbe potuto proporsi con un’immagine del tutto nuova.
Non è stato possibile e non mi interessa qui e ora indicare le responsabilità.
Io ho scelto Sinistra e libertà perché credo nel modello di una sinistra plurale, in grado di raccogliere culture ed esperienze diverse, di riscrivere il proprio statuto non dimenticando le proprie origini e identità, ma guardando avanti alle sfide anche teoriche che la realtà impone, senza fare della propria identità/diversità un elemento di divisione ma una ricchezza che ciascuno porta con sé e che mette continuamente in discussione.
È la complessità stessa della crisi delle nostre società e del mondo, che intreccia politica, economia, diritti, ambiente, etica, religione a imporre un nuovo linguaggio e nuove categorie interpretative.
venerdì 1 maggio 2009
Caro Primo Maggio
di Vasco Rossi
Caro 1° maggio.Sono felice di partecipare anch’io quest’anno alla festa. Per me è un “ritorno”. Sono passati 10 anni da quando mi accogliesti tra le tue braccia rock. Ne è passata di acqua sotto i ponti.Per me è andata sempre bene e torno con riconoscenza. Peccato che per il nostro paese non si possa dire altrettanto. Non vedo un bel clima in giro. La crisi economica e, soprattutto, la difficoltà per molti di arrivare a fine mese. Ma anche le conquiste di libertà e convivenza civili, faticosamente raggiunte negli ultimi decenni, rimesse in discussione, addirittura a rischio di annullamento. Non tira una bella aria e non è certo il mondo che vorrei. Non mi occupo di politica e “governare” tra l’altro è un termine che non ho mai gradito. Tu sai quanta importanza hanno per me le parole.Si dovrebbe dire “amministrare”. Sarebbe più corretto. Dalle mie parti “governare” s’intende accudire gli animali.
Ma “noi” siamo qui per portarti un po’ di gioia. Questo, per me, è il momento della solidarietà. Vorrei restituire un po’ di quello che ho ricevuto.
Sarà una splendida giornata.
Caro 1° maggio.Sono felice di partecipare anch’io quest’anno alla festa. Per me è un “ritorno”. Sono passati 10 anni da quando mi accogliesti tra le tue braccia rock. Ne è passata di acqua sotto i ponti.Per me è andata sempre bene e torno con riconoscenza. Peccato che per il nostro paese non si possa dire altrettanto. Non vedo un bel clima in giro. La crisi economica e, soprattutto, la difficoltà per molti di arrivare a fine mese. Ma anche le conquiste di libertà e convivenza civili, faticosamente raggiunte negli ultimi decenni, rimesse in discussione, addirittura a rischio di annullamento. Non tira una bella aria e non è certo il mondo che vorrei. Non mi occupo di politica e “governare” tra l’altro è un termine che non ho mai gradito. Tu sai quanta importanza hanno per me le parole.Si dovrebbe dire “amministrare”. Sarebbe più corretto. Dalle mie parti “governare” s’intende accudire gli animali.
Ma “noi” siamo qui per portarti un po’ di gioia. Questo, per me, è il momento della solidarietà. Vorrei restituire un po’ di quello che ho ricevuto.
Sarà una splendida giornata.
Primo Maggio
di Nichi Vendola
Oggi si festeggia un fantasma. Quella degli ultimi decenni è la storia di un occultamento e di una rimozione, di un progressivo, inesorabile, slittamento del lavoro dal ruolo centrale che gli assegnava la Costituzione repubblicana a postazioni sempre più periferiche, sino a finire nelle brume di una estrema banlieu, pudicamente celato alla vista. Disincarnato, ridotto a variabile duttile nelle stime dei tecnocrati o nei conti di manager grandi e piccoli, il lavoro è stato amputato della sua realtà concreta. Nella penombra di quella periferia sociale, si è consumata e quotidianamente si consuma una strage ignorata, tollerata, e oramai persino incentivata. Mentre il proscenio discuteva di veline e si azzuffava su particolari, parlava sempre e comunque d’altro, in quelle tenebre ha avuto libero corso l’imposizione di salari che erano da crisi anche quando la crisi non c’era, si è affermato un nuovo mercato del lavoro modellato sulle vecchissime forme del caporalato, fondato sul ricatto del precariato permanente e della disoccupazione endemica, sulla sottrazione di ogni potere contrattuale dei lavoratori, avvertito ormai come insopportabile pastoia che intralcia la logica sovrana del profitto.
Grazie a quella stessa “invisibilità” del lavoro, oggi, si studiano e allestiscono strategie feroci, che mirano a far pagare per intero i costi della crisi proprio a chi della crisi è vittima principale, i lavoratori dipendenti in cassa integrazione o peggio, i precari a spasso, l’esercito di giovani colti e preparati del sud costretti a una nuova migrazione di massa. Quella degli ultimi decenni è la vicenda di un beffardo slittamento semantico, che ha celato sotto le voci “modernità” e modernizzazione” un gigantesco ritorno al passato, passando per lo smantellamento di tutti i diritti conquistati dai lavoratori nel corso di due secoli di conflitto sociale, che ha ripristinato e restituito legittimità a vere e proprie forme di schiavismo. Chi può davvero credere che la scomparsa della rappresentanza politica del mondo del lavoro dal Parlamento italiano proprio al termine di questo immenso processo storico sia casuale, frutto di mera coincidenza?
C’è un solo modo, allora, di festeggiare questo primo maggio: farne la stazione di partenza per imboccare un tragitto inverso. Iniziare, da oggi, da subito, qui e ora, da questa campagna elettorale, a restituire realtà, concretezza e visibilità al lavoro. Imporre la sua centralità da subito, a partire dalle strategie per fronteggiare la crisi, sapendo che dalla crisi stessa non si potrà uscire senza restituire carne e sangue a quel fantasma, senza richiamare al centro della scena sociale, politica e persino culturale quel che da troppo tempo ne è rimosso. Questa crisi è frutto della stessa politica, delle stesse politiche, delle stesse logiche che hanno per trent’anni umiliato e assediato il lavoro e i lavoratori. Non si può sperare di risolverla con gli stessi strumenti che l’hanno determinata.
Abbiamo scelto di superare una volta per tutte l’antica e disastrosa separazione tra la difesa dei diritti sociali e di quelli civili. Dobbiamo sapere che i diritti dei lavoratori sono oggi al centro di questo scontro, e se non riusciremo a ripristinarli, a imporne un nuovo rispetto, il prezzo sarà pagato da tutti. Anche da chi, oggi,si batte per per difendere il diritto alla propria sessualità, alle proprie scelte, alla libertà del proprio corpo.
Abbiamo scelto di chiamarci Sinistra e Libertà. Dobbiamo ricordare, a noi e a tutte e a tutti, che senza affrancamento dal bisogno, dal ricatto del precariato, dall’assenza di diritti sul lavoro, la parola Libertà è solo un simulacro.
Oggi si festeggia un fantasma. Quella degli ultimi decenni è la storia di un occultamento e di una rimozione, di un progressivo, inesorabile, slittamento del lavoro dal ruolo centrale che gli assegnava la Costituzione repubblicana a postazioni sempre più periferiche, sino a finire nelle brume di una estrema banlieu, pudicamente celato alla vista. Disincarnato, ridotto a variabile duttile nelle stime dei tecnocrati o nei conti di manager grandi e piccoli, il lavoro è stato amputato della sua realtà concreta. Nella penombra di quella periferia sociale, si è consumata e quotidianamente si consuma una strage ignorata, tollerata, e oramai persino incentivata. Mentre il proscenio discuteva di veline e si azzuffava su particolari, parlava sempre e comunque d’altro, in quelle tenebre ha avuto libero corso l’imposizione di salari che erano da crisi anche quando la crisi non c’era, si è affermato un nuovo mercato del lavoro modellato sulle vecchissime forme del caporalato, fondato sul ricatto del precariato permanente e della disoccupazione endemica, sulla sottrazione di ogni potere contrattuale dei lavoratori, avvertito ormai come insopportabile pastoia che intralcia la logica sovrana del profitto.
Grazie a quella stessa “invisibilità” del lavoro, oggi, si studiano e allestiscono strategie feroci, che mirano a far pagare per intero i costi della crisi proprio a chi della crisi è vittima principale, i lavoratori dipendenti in cassa integrazione o peggio, i precari a spasso, l’esercito di giovani colti e preparati del sud costretti a una nuova migrazione di massa. Quella degli ultimi decenni è la vicenda di un beffardo slittamento semantico, che ha celato sotto le voci “modernità” e modernizzazione” un gigantesco ritorno al passato, passando per lo smantellamento di tutti i diritti conquistati dai lavoratori nel corso di due secoli di conflitto sociale, che ha ripristinato e restituito legittimità a vere e proprie forme di schiavismo. Chi può davvero credere che la scomparsa della rappresentanza politica del mondo del lavoro dal Parlamento italiano proprio al termine di questo immenso processo storico sia casuale, frutto di mera coincidenza?
C’è un solo modo, allora, di festeggiare questo primo maggio: farne la stazione di partenza per imboccare un tragitto inverso. Iniziare, da oggi, da subito, qui e ora, da questa campagna elettorale, a restituire realtà, concretezza e visibilità al lavoro. Imporre la sua centralità da subito, a partire dalle strategie per fronteggiare la crisi, sapendo che dalla crisi stessa non si potrà uscire senza restituire carne e sangue a quel fantasma, senza richiamare al centro della scena sociale, politica e persino culturale quel che da troppo tempo ne è rimosso. Questa crisi è frutto della stessa politica, delle stesse politiche, delle stesse logiche che hanno per trent’anni umiliato e assediato il lavoro e i lavoratori. Non si può sperare di risolverla con gli stessi strumenti che l’hanno determinata.
Abbiamo scelto di superare una volta per tutte l’antica e disastrosa separazione tra la difesa dei diritti sociali e di quelli civili. Dobbiamo sapere che i diritti dei lavoratori sono oggi al centro di questo scontro, e se non riusciremo a ripristinarli, a imporne un nuovo rispetto, il prezzo sarà pagato da tutti. Anche da chi, oggi,si batte per per difendere il diritto alla propria sessualità, alle proprie scelte, alla libertà del proprio corpo.
Abbiamo scelto di chiamarci Sinistra e Libertà. Dobbiamo ricordare, a noi e a tutte e a tutti, che senza affrancamento dal bisogno, dal ricatto del precariato, dall’assenza di diritti sul lavoro, la parola Libertà è solo un simulacro.
Una Repubblica fondata sul lavoro?
di Marco Maroni
Articolo 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Articolo 35
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Articolo 36
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Articolo 41
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Quattro articoli della nostra Costituzione da tener presenti, non solo in occasione del primo maggio. Il lavoro è al primo posto, è tra i Principi Fondamentali, all’economia privata è dedicato l’articolo 41 e non si manca di affermarne l’aspetto sociale. Non è un programma vetero socialista, è l’ordine delle priorità in un paese democratico, quello che si è dato l’Italia uscita dal disastro materiale e morale della guerra e del fascismo. Un ordine che mette i valori dell’uomo, della sua dignità e libertà, davanti a quelli del commercio e del profitto. Negli ultimi decenni quest’ordine sembra essersi invertito. L’ideologia del mercato è riuscita a condizionare tutti gli strati della società. Tanto che oggi l’economia non sembra più un mezzo ma un fine, al quale l’uomo deve servire: le politiche del lavoro sono solo quelle funzionali all’impresa. Il governo della destra sta spingendo l’acceleratore sulla disgregazione dei diritti del lavoro, e la crisi economica, di cui l’esasperato approccio neoliberista è la causa, gli fornisce nuovi pretesti. Risultato: crescita del precariato, compressione dei redditi, emarginazione del sindacato, peggioramento delle condizioni di lavoro e scarso rilievo al tema della sicurezza.
Un anno fa i lavoratori precari sono stati stimati in oltre 3.750.000 ed è sotto gli occhi di chiunque frequenti il mondo del lavoro come questa condizione sia in aumento. Sono lavoratori senza diritti, poiché il potere di ricatto dei datori di lavoro annulla ogni possibile rivendicazione. L’accordo “separato” (senza la Cgil) sul nuovo contratto di lavoro programma la riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori e stabilisce cosa i lavoratori possono chiedere e cosa no, diminuendo l’autonomia sindacale. Infine c’è la scandalosa revisione del Testo Unico sulla sicurezza varato dal Governo Prodi, che diminuisce le sanzioni per le imprese che non rispettano le norme e deresponsabilizza i manager. La priorità viene spostata dall’incolumità dei lavoratori ai costi per imprese e manager.
Ma ci sono segnali che le coscienze non sono del tutto assopite. Sulla revisione del Testo unico si sono pronunciati nei giorni scorsi la stragrande maggioranza dei Presidenti delle Regioni, oltre alla Cgil, al Presidente della Repubblica e a una settantina di docenti di diritto penale. Di pochi giorni fa è anche la bocciatura da parte del Parlamento europeo della direttiva che permetteva l’innalzamento dell’orario di lavoro in diversi settori a 65 ore settimanali. Una norma che non solo sarebbe antistorica (il progresso dell’economia è sempre andato di pari passo con la diminuzione dell’orario di lavoro) e inumana, ma anche assurda in un periodo di disoccupazione crescente.
Se ha un senso la celebrazione del primo maggio è quello di rimettere i lavoratori, i diritti, gli esseri umani, al primo posto.
Articolo 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Articolo 35
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Articolo 36
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Articolo 41
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Quattro articoli della nostra Costituzione da tener presenti, non solo in occasione del primo maggio. Il lavoro è al primo posto, è tra i Principi Fondamentali, all’economia privata è dedicato l’articolo 41 e non si manca di affermarne l’aspetto sociale. Non è un programma vetero socialista, è l’ordine delle priorità in un paese democratico, quello che si è dato l’Italia uscita dal disastro materiale e morale della guerra e del fascismo. Un ordine che mette i valori dell’uomo, della sua dignità e libertà, davanti a quelli del commercio e del profitto. Negli ultimi decenni quest’ordine sembra essersi invertito. L’ideologia del mercato è riuscita a condizionare tutti gli strati della società. Tanto che oggi l’economia non sembra più un mezzo ma un fine, al quale l’uomo deve servire: le politiche del lavoro sono solo quelle funzionali all’impresa. Il governo della destra sta spingendo l’acceleratore sulla disgregazione dei diritti del lavoro, e la crisi economica, di cui l’esasperato approccio neoliberista è la causa, gli fornisce nuovi pretesti. Risultato: crescita del precariato, compressione dei redditi, emarginazione del sindacato, peggioramento delle condizioni di lavoro e scarso rilievo al tema della sicurezza.
Un anno fa i lavoratori precari sono stati stimati in oltre 3.750.000 ed è sotto gli occhi di chiunque frequenti il mondo del lavoro come questa condizione sia in aumento. Sono lavoratori senza diritti, poiché il potere di ricatto dei datori di lavoro annulla ogni possibile rivendicazione. L’accordo “separato” (senza la Cgil) sul nuovo contratto di lavoro programma la riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori e stabilisce cosa i lavoratori possono chiedere e cosa no, diminuendo l’autonomia sindacale. Infine c’è la scandalosa revisione del Testo Unico sulla sicurezza varato dal Governo Prodi, che diminuisce le sanzioni per le imprese che non rispettano le norme e deresponsabilizza i manager. La priorità viene spostata dall’incolumità dei lavoratori ai costi per imprese e manager.
Ma ci sono segnali che le coscienze non sono del tutto assopite. Sulla revisione del Testo unico si sono pronunciati nei giorni scorsi la stragrande maggioranza dei Presidenti delle Regioni, oltre alla Cgil, al Presidente della Repubblica e a una settantina di docenti di diritto penale. Di pochi giorni fa è anche la bocciatura da parte del Parlamento europeo della direttiva che permetteva l’innalzamento dell’orario di lavoro in diversi settori a 65 ore settimanali. Una norma che non solo sarebbe antistorica (il progresso dell’economia è sempre andato di pari passo con la diminuzione dell’orario di lavoro) e inumana, ma anche assurda in un periodo di disoccupazione crescente.
Se ha un senso la celebrazione del primo maggio è quello di rimettere i lavoratori, i diritti, gli esseri umani, al primo posto.
Iscriviti a:
Post (Atom)

